Lavorare con i bambini e dare loro gioia
Alle volte la vita ci pone di fronte a dei casi che, a ben pensarci, casi non sono. Valeria Bruschi di Muggiò (MI) aveva già dentro di sé l’interesse per le realtà dedicate all’infanzia: per questo vide la struttura, per questo se ne innamorò e sempre per questo fece del suo meglio per riuscire a svolgere il suo tirocinio in quel contesto che l’interessava tanto. Ci è riuscita, e nelle prossime righe ci racconta come è andata…
Tempo fa, passeggiando nei pressi di Monza, la mia attenzione fu catturata da un grande parco dove, circondata da mura che la nascondevano e proteggevano dal caos della città, sorgeva una bellissima costruzione. La mia curiosità aumentò quando riuscii ad intravedere dalla strada scivoli, altalene e altri giochi colorati per bambini.
Dalle informazioni che riuscii ad ottenere da conoscenti e da internet venni a sapere che si trattava di un centro di accoglienza per madri e bambini in difficoltà socio-ambientali, dotato anche di una scuola materna. Così, quando iniziai la ricerca territoriale per individuare la struttura più idonea per svolgere il tirocinio per diventare Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia, il mio primo pensiero fu di riuscire a farlo lì.
Mi misi in contatto con la segreteria e con i responsabili dei tirocinanti, parlai con lo psicologo e venni accettata.
Chi l’avrebbe mai detto che proprio quel posto che mi aveva così tanto incuriosito mi avrebbe permesso di
vivere un’avventura così straordinaria?
La prima cosa che mi ha colpito è stata la perfetta organizzazione delle attività, l’armoniosa integrazione fra il centro e la scuola, la filosofia di fondo tutta rivolta a garantire agli utenti, in un ambiente protetto e salubre, tutte le cure e tutele necessarie per un sano sviluppo psichico, fisico e affettivo.
I bambini accolti nel centro erano tutti vittime di maltrattamenti e abbandoni: spesso avevano vissuto in situazioni di totale precarietà per cui la prima attenzione era di farli sentire accolti e di lavorare per la loro rapida e completa integrazione.
Ho imparato tanto in questa situazione. Ho conosciuto il dolore e ho capito che l’istinto materno tante volte non basta: bisogna essere capaci di ascoltare anche storie che mai avremmo voluto sentire, bisogna esserci”, sempre. Ho capito anche l’importanza che in tutto questo hanno i giochi, che sono, come diceva De Montaigne, le azioni più serie che i bambini possano fare.
Del resto basta guardarli, con il nasino un po’ arricciato, gli occhietti socchiusi, le labbra serrate e le guance tenute strette strette fra i dentini, mentre preparano pizze fumanti, rincorrono i ladri o rivolgono tutta la loro attenzione verso eccitanti scoperte, per capire che il gioco è il modo in cui il bimbo prende confidenza con le sue abilità e impara a conoscere, mediante l’uso del corpo, il mondo che lo circonda.
In ogni gesto e ogni movimento il piccolo trae grande piacere e questo instancabile stato di divertimento stimola la sua curiosità spingendolo sempre verso nuove conquiste. È una gioia vederli giocare e penso che tutti i bambini del mondo dovrebbero poterlo fare, con il cuore sorridente, scoprendo i segreti di un futuro felice…

