Filomena Dalerci ha frequentato il corso per operatore nelle comunità (OSA per le dipendenze) e ha svolto due mesi di tirocinio presso una comunità terapeutica in provincia di Sassari.
In questa pagina racconta di due utenti in particolare, entrambe con gravi problemi di droga e alcolismo.
Alle spalle di una storia di droga c’è spesso una famiglia difficile. Ermanna, ad esempio, 51 anni, ha vissuto tutta la sua infanzia e la prima giovinezza con un padre alcolista e violento. A 16 conosce il marito e, ignorandone la tossicodipendenza, lo sposa 3 anni dopo.
Nasce un figlio ed Ermanna decide di darsi da fare: inizia un corso come infermiera generica e lascia il bambino con il padre, finché scopre che lui non solo “si fa” ma lo fa anche in presenza del piccolo. Non riesce a reagire e inizia anche lei una dolorosa strada fatta di eroina, psicofarmaci e cocaina. Poi il marito muore e lei si lascia completamente andare, abbandona il figlio a casa dei genitori, trascura l’igiene, beve e intraprende relazioni affettive ancora più distruttive.
Le sorelle la convincono infine ad entrare in comunità. È una donna ormai finita, con cinque interruzioni volontarie di gravidanza alle spalle, l’epatite C, un tentato suicidio e un disturbo bipolare. Ermanna ha un basso livello di autostima e il lavoro di riabilitazione che gli operatori stanno facendo con lei è continuamente messo in discussione dal difficile rapporto con le sorelle, che manifestano una completa sfiducia nelle sue capacità di recupero. La possibilità di recuperare un rapporto con il figlio è stata gravemente compromessa a causa della schizofrenia di quest’ultimo, ignorata sino a poco tempo fa da Ermanna.
Nina ha invece 28 anni ed ha subito molestie sessuali da parte dello zio durante l’adolescenza. La madre non le ha voluto credere e lei, che già soffriva di disturbi nervosi, ha iniziato ad assumere ecstasy, acidi e cocaina. A 19 anni parte per la Germania, lavora in una gelateria e vive due relazioni importanti con uomini più grandi di lei, di cui dice di apprezzare il senso di sicurezza che le sapevano dare. Tornata in Italia, va a vivere con un ragazzo a forte tendenza suicida. Insieme si iniettano una dose letale di eroina e stricnina: il ragazzo muore e lei rimane in coma per sette giorni, un’esperienza della quale tuttora porta i segni nel corpo, dalla paralisi delle dita della mano sinistra alle paresi di viso e braccia sino ai problemi di udito.
Dopo il tentato suicidio, ricomincia con la droga e viene arrestata. Oggi è libera grazie all’indulto ma il suo è un caso particolarmente problematico: affetta da epatite C, soffre di disturbo bipolare e tende a creare rapporti morbosi e distruttivi con le altre utenti. Nel suo caso il programma di riabilitazione è finalizzato ad una corretta socializzazione, fatta di relazioni meno ambigue e più autentiche.
Una masseria in campagna per un percorso riabilitativo duro, difficile ma necessario per combattere definitivamente i problemi di dipendenza. È questa la struttura in provincia di Bari che ha accolto come tirocinante Claudia Scisci. In questa pagina ci racconta di un caso particolare.
Ettore
Trent’anni, con una condizione familiare molto problematica, Ettore ha avuto un’infanzia e un’adolescenza burrascose a causa del padre alcolista. Da ragazzo ha spesso assistito a scene di violenza esercitate soprattutto sulla madre e sulla sorella. Ettore è molto legato alla madre che, nonostante i suoi tentativi di allontanare il marito, non è mai riuscita a liberarsene. Ha tuttavia sempre cercato di proteggere il più possibile i figli. Quando il padre ha saputo della tossicodipendenza del figlio, lo ha cacciato di casa. Ettore ha iniziato il suo percorso di tossicodipendente a 14 anni, con i primi spinelli. A 18 faceva uso saltuario di cocaina. Poi durante il servizio militare non ha assunto nessuna sostanza.
Ritornato però al paese e ritrovata la vecchia, cattiva compagnia, ricomincia e questa volta con l’eroina.
Cade in un baratro fatto di solitudine e forte dipendenza.
Si riduce a uno straccio, non ha più una vita sociale, si chiude in se stesso finché, giunto alla disperazione, chiede aiuto alla madre. Ed è proprio la mamma che lo convince a entrare in comunità.
Agli inizi, a causa dei precedenti tentativi falliti di smettere, è convinto di non farcela. Ettore però è di indole buona, ha buone capacità introspettive e cognitive e, piano piano, inizia a relazionarsi con gli altri durante le riunioni di gruppo. Nel tempo comincia a impegnarsi sempre di più, ad essere costante nel lavoro, a portare bene a termine i lavori a lui affidati. È un ragazzo molto dolce e, grazie anche al sostegno affettuoso della mamma e della sorella, ha buone probabilità di ricominciare a gioire e di rifarsi una vita.
Ana Cortez ha terminato brillantemente i suoi studi come OSA nell’ambito delle tossicodipendenze alla fine di un tirocinio condotto presso una Comunità Residenziale Ergoterapica della Valtellina.
Le giornate della Comunità erano scandite dal lavoro: gli orari andavano rispettati e questa era una delle regole che ogni utente, una volta entrato, doveva impegnarsi a seguire. Le mansioni erano le più svariate e comprendevano i vari lavori di una fattoria con serre e allevamento di animali: cura delle piante, pulizia dei terreni, taglio della legna, alimentazione e pulizia di maiali, vitelli, conigli, capre, pecore, struzzi, galline, asini e cavalli. Gli utenti si occupavano anche del pranzo, un momento molto atteso durante il quale si scherzava, ci si rilassava, si fumava una sigaretta in compagnia… Continua »
Consapevole dell’emergenza droga nel nostro Paese, Maria Giorgio ha scelto la specializzazione nell’ambito delle tossicodipendenze. Il suo tirocinio si è svolto in una Comunità di recupero attiva in territorio lucano.
“Quattro di loro erano ricoverati nel reparto di prima accoglienza mentre i restanti, finita la terapia con metadone, avevano iniziato il processo di riabilitazione basato sul supporto psicologico e sulla verifica. Tra i casi che ho seguito ricordo G., un giovane uomo di 35 anni dei quali molti trascorsi tra droga e carcere. Alla radice del suo malessere le ‘amicizie sbagliate’ e i piccoli crimini causati dal bisogno di procurarsi la ‘roba’. Continua »