Grazie al corso di operatrice socio assistenziale dei bambini ho tolto il freno a mano dal cuore

È con mia grande sorpresa – racconta Brunella Maria Francesca Monaco – che mi sono imbattuta in una delle esperienze più belle e significative che abbia mai vissuto, che mi ha letteralmente trasformata. Sottolineo con sorpresa perché, sino a non molto tempo fa, avevo come un freno a mano tirato… sul cuore, e non avrei mai immaginato di essere pronta a un cambiamento come quello che continua a muoversi, lento e continuo, dentro di me.

Brunella, oggi con attestato di Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia, ha svolto il suo tirocinio in una struttura concepita per l’intrattenimento creativo e la crescita positiva di bambini da 0 a 5 anni.
In provincia di Cosenza, affacciata sul mare, è una realtà speciale gestita da persone speciali, che sta
tuttora crescendo e migliorandosi nel senso della polifunzionalità e del bilinguismo italiano e inglese.

In effetti sin dal primo giorno mi sono resa conto di essere approdata in un luogo molto particolare, dove
le attività non si limitavano a intrattenere il bambino attraverso il gioco ma offrivano anche nuovi metodi di avviamento verso la scuola elementare finalizzati a promuovere la conoscenza della religione cattolica, della lingua straniera, delle scienze naturali, del corpo umano e dei numeri da 1 a 10.

Tutto merito di una squadra di gestione davvero capace e superattiva, composta dalle due titolari specializzate nel sostegno e nell’animazione e da sette fantastiche educatrici, positive, ben affiatate e da tutti chiamate maestre, con le quali sin da subito mi sono intesa a meraviglia.

La cosa che mi ha colpito per prima è stata l’attenzione posta nell’accoglienza dei piccoli, curata nei dettagli dai grembiuli rosa delle maestre, colore che comunica calore e affetto, sino agli atteggiamenti, sempre ispirati alla simpatia e all’amorevolezza gestita in modo da non diventare mai opprimente.

Nei primi giorni i tempi di permanenza dei bambini si limitavano a un’ora o poco più e i genitori potevano rimanere nella struttura per evitare uno strappo immediato del bambino dalla quotidianità a cui era abituato.
Estrema attenzione, quindi, a non provocare traumi ma, anzi, a favorire il graduale, felice inserimento
del bambino nella nuova realtà.

E poi c’erano i bambini, continua fonte di emozioni e soddisfazioni. La piccola Monica che non sorrideva e parlava pochissimo: con lei un semplice gesto, un tocco leggero sulla schiena mentre si dondolava tutta
contratta con le braccia incrociate, mi ha consentito di avviare un rapporto di fiducia.

E poi Pietro, risoluto, fiero delle sue azioni irruenti, inaccessibile e dispettoso. L’ho incontrato quando era
sul ramo di un albero con tre maestre sotto che lo pregavano di scendere.
Parlando con la psicologa che collabora con la struttura ho saputo che era un “iperattivo”, non aveva bisogno di rimproveri ma di comprensione e accettazione, di regole e regolarità, del saper aspettare il momento giusto
per lui di entrare in sintonia con gli altri. Così ho fatto, e i progressi non si sono fatti attendere…

Archiviato in: Notiziario, OSA per l'infanzia | 10 dicembre 2009

Lavorare con gli anziani: problemi e soddisfazioni

Giovane ma determinata, Concetta Pacifico di San Bartolomeo in Galdo (BN) ha vissuto un’interessante esperienza come Operatore Socio Assistenziale per anziani, un periodo breve ma intenso durante il quale ha potuto relazionarsi con diverse persone, utenti e operatori.

Sono diplomata in Tecniche Agrarie, diploma che mi offriva molte opportunità nel mondo del lavoro.
Eppure ho deciso di darmi una prospettiva diversa: ho scelto di lavorare nel sociale, di dare voce al mio desiderio di solidarietà verso gli altri. Dopo la formazione teorica, ho svolto le trecento ore di tirocinio in una casa di riposo del mio paese, situato nel Beneventano.

Molti degli anziani ospiti della casa di riposo li conoscevo già perché erano del mio stesso paese. Comunque sono riuscita a instaurare con tutti un buon rapporto. Sono bastati pochi giorni per farmi considerare una di famiglia.

La gran parte di loro aveva già superato gli ottant’anni, il più vecchio ne aveva novantanove. Unico caso particolare un signore di cinquantatre anni che, nonostante l’età, era da tempo ospite della struttura assieme
al padre. In molti erano soli perché i figli, emigrati, vivevano lontano. Alcuni sembravano non accettare la
loro nuova condizione di vita. Per fortuna, però, ai momenti di malinconia si alternavano momenti di gioia e serenità. Amavano essere coinvolti in varie iniziative e quelli più autosufficienti potevano uscire senza essere accompagnati, partecipare alla vita del paese o dare una mano all’interno della struttura.

Una signora, ad esempio, aiutava spesso la cuoca in cucina. Le persone non autosufficienti uscivano invece accompagnate dagli operatori oppure trascorrevano la giornata seduti sul divano a chiacchierare e a guardare la TV tra un pisolino e l’altro… C’erano utenti affetti da Alzheimer e Parkinson, diabetici, non udenti, alcuni allettati con piaghe da decubito.

La “mascotte” del gruppo era una signora di settant’anni, molto esile, piccolina, emotiva. Aveva spesso sbalzi d’umore ma, quando era tranquilla, diventava la persona più dolce del mondo. Aveva un carattere difficile, bisognava saperla prendere, ma tutti comunque le volevamo molto bene.

Un altro utente a cui mi sento molto legata e di cui ammiro la forza con cui ha saputo affrontare la malattia e i problemi familiari è zio Mario, nato poco dopo la fine della prima guerra mondiale in una situazione di grande
povertà. Diventato adulto, dopo il servizio militare Mario emigrò in Germania, prese moglie e, dopo la nascita dell’unica figlia, tornò in Italia a fare l’agricoltore. Negli anni ‘80 la figlia si sposò e nacquero due nipotini.

La vita sembrava finalmente scorrere tranquilla… Invece iniziò il calvario: prima la malattia della moglie che
assistette amorevolmente per anni e poi la sua disabilità, che lo costrinse a camminare con le stampelle.
Improvvisamente, nel giro di pochi mesi una dall’altra, gli morirono la moglie e la figlia, quest’ultima per un
incidente stradale. I nipoti non furono in grado di prendersi cura di lui e così entrò nella casa di riposo. Oggi,
grazie alla riabilitazione, la sua condizione si è stabilizzata. È un uomo coraggioso, che ha scelto di non
ripiegarsi su se stesso, di reagire nonostante tutto.

Degli ospiti era fra quelli che non si lamentavano mai, sempre disponibile e gentile con tutti. Ogni tanto, soprattutto in occasione delle feste, i nipoti venivano a prenderlo e per lui erano momenti di vera gioia.

Non è facile confrontarsi con la morte. Dopo il decesso di due anziani che ho assistito personalmente negli ultimi giorni di vita, ho dovuto accettarla come un evento doloroso ma naturale.

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Archiviato in: OSA per anziani | 23 settembre 2009

Operatore di multuculturalità – una bella testimonianza a Verona

Michela Piacentini di Malcesine (VR) ha svolto il tirocinio come Operatore Multiculturale presso una struttura residenziale per minori anche immigrati in provincia di Verona, formata da più gruppi-appartamento. Un’esperienza che definisce “toccante, intensa e al tempo stesso difficile”, di cui conserva nel cuore il vivo ricordo di tutti: assistenti, educatori e ragazzi.

Tra i gruppi-appartamento c’era quello abitato da sei ragazze, due italiane, un’albanese e tre provenienti dal Maghreb, la metà delle quali minorenni.
È stato il gruppo che ho frequentato di più ed era anche quello più equilibrato e in armonia. Quasi tutte avevano progetti di vita ben definiti e sostenuti da forti motivazioni. Osservandole ho potuto cogliere le dinamiche più evidenti: c’era la figura leader, la ragazza che tendeva ad essere più passiva, quella che
aveva atteggiamenti provocatori. Le relazioni tra loro erano comunque ben gestite e non sono mai sfociate
in situazioni drammatiche. Il più conflittuale era invece quello abitato da otto ragazze, di cui quattro straniere.

Le liti, anche furibonde, scoppiavano spesso. C’era del rancore tra loro, alimentato da un continuo scambio di alleanze e complicità. Erano presenti problematiche gravi: alcune ragazze passavano da un momento all’altro dall’euforia alla letargia, dall’aggressività alla dolcezza.

Ho legato molto con F., una bella ragazza nata in Marocco. Il primo giorno di tirocinio mi è venuta incontro sorridente, con passo deciso. L’ho aiutata quasi tutti i pomeriggi a studiare inglese, tedesco, economia… Frequenta una scuola professionale per diventare operatrice commerciale.

È un lavoro che le piace e che ha già svolto temporaneamente d’estate in un negozio, dove ha subito fatto
amicizia con le colleghe che ancora frequenta di tanto in tanto. Ha un carattere forte, che la porta ad essere una leader positiva, molto apprezzata dalle ragazze più giovani.

Dietro la maschera di ostentata sicurezza, F. nasconde però un’infanzia di maltrattamenti in una famiglia
chiusa, con un padre alcolizzato e violento. Fu lei stessa a chiedere ai servizi di essere allontanata da casa.
Da allora mantiene con la famiglia di origine solamente rapporti molto superficiali. F. ha anche altri
problemi: a volte si è confidata con me, mi ha parlato del suo ragazzo, delle difficoltà del rapporto di
coppia. L’ho ascoltata, a volte sgridata, ma sempre incoraggiata a fare la scelta giusta. C’è stata una
volta in cui ha affermato: “Però, sei una brava psicologa!”.

Lasciare le ragazze è stato difficile. Mi hanno fatto promettere che sarei tornata, che avrei continuato ad aiutarle nello studio delle lingue straniere. Ho risposto che il nostro non sarebbe stato un addio…

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Archiviato in: Operatore Multiculturale | 16 settembre 2009

Lavorare con i bambini e dare loro gioia

Alle volte la vita ci pone di fronte a dei casi che, a ben pensarci, casi non sono. Valeria Bruschi di Muggiò (MI) aveva già dentro di sé l’interesse per le realtà dedicate all’infanzia: per questo vide la struttura, per questo se ne innamorò e sempre per questo fece del suo meglio per riuscire a svolgere il suo tirocinio in quel contesto che l’interessava tanto. Ci è riuscita, e nelle prossime righe ci racconta come è andata…

Tempo fa, passeggiando nei pressi di Monza, la mia attenzione fu catturata da un grande parco dove, circondata da mura che la nascondevano e proteggevano dal caos della città, sorgeva una bellissima costruzione. La mia curiosità aumentò quando riuscii ad intravedere dalla strada scivoli, altalene e altri giochi colorati per bambini.

Dalle informazioni che riuscii ad ottenere da conoscenti e da internet venni a sapere che si trattava di un centro di accoglienza per madri e bambini in difficoltà socio-ambientali, dotato anche di una scuola materna. Così, quando iniziai la ricerca territoriale per individuare la struttura più idonea per svolgere il tirocinio per diventare Operatore Socio Assistenziale per l’infanzia, il mio primo pensiero fu di riuscire a farlo lì.
Mi misi in contatto con la segreteria e con i responsabili dei tirocinanti, parlai con lo psicologo e venni accettata.
Chi l’avrebbe mai detto che proprio quel posto che mi aveva così tanto incuriosito mi avrebbe permesso di
vivere un’avventura così straordinaria?

La prima cosa che mi ha colpito è stata la perfetta organizzazione delle attività, l’armoniosa integrazione fra il centro e la scuola, la filosofia di fondo tutta rivolta a garantire agli utenti, in un ambiente protetto e salubre, tutte le cure e tutele necessarie per un sano sviluppo psichico, fisico e affettivo.
I bambini accolti nel centro erano tutti vittime di maltrattamenti e abbandoni: spesso avevano vissuto in situazioni di totale precarietà per cui la prima attenzione era di farli sentire accolti e di lavorare per la loro rapida e completa integrazione.

Ho imparato tanto in questa situazione. Ho conosciuto il dolore e ho capito che l’istinto materno tante volte non basta: bisogna essere capaci di ascoltare anche storie che mai avremmo voluto sentire, bisogna esserci”, sempre. Ho capito anche l’importanza che in tutto questo hanno i giochi, che sono, come diceva De Montaigne, le azioni più serie che i bambini possano fare.

Del resto basta guardarli, con il nasino un po’ arricciato, gli occhietti socchiusi, le labbra serrate e le guance tenute strette strette fra i dentini, mentre preparano pizze fumanti, rincorrono i ladri o rivolgono tutta la loro attenzione verso eccitanti scoperte, per capire che il gioco è il modo in cui il bimbo prende confidenza con le sue abilità e impara a conoscere, mediante l’uso del corpo, il mondo che lo circonda.

In ogni gesto e ogni movimento il piccolo trae grande piacere e questo instancabile stato di divertimento stimola la sua curiosità spingendolo sempre verso nuove conquiste. È una gioia vederli giocare e penso che tutti i bambini del mondo dovrebbero poterlo fare, con il cuore sorridente, scoprendo i segreti di un futuro felice…

Archiviato in: OSA per l'infanzia | 7 settembre 2009

Tirocinio all’asilo nido

L’incontro di Laura Vidoni di Spilimbergo (PN) con i bambini di un asilo nido è stato emozionante e ricco di esperienze. Ecco cosa ci racconta di alcuni bimbi da lei seguiti durante il suo periodo di tirocinio durante il corso di Operatore Socio Assistenziale per l’Infanzia.

Lele aveva tre anni, l’aria furbetta e sorrideva sempre. Amava correre a perdifiato, era continuamente in movimento e aveva difficoltà a concentrarsi.
Intelligente, vispo, non gestiva bene gli impulsi, era aggressivo e non rispettava le regole. Imitava i compagni e ripeteva ciò che dicevano.
Non aveva un linguaggio evoluto, preferiva comunicare con l’azione.
Aveva un grande bisogno d’affetto e lo ricercava attirando l’attenzione su di sé anche con comportamenti negativi, urlando, infastidendo i compagni,
rifiutandosi di partecipare alle attività.

Interagiva allo stesso modo anche con i genitori, soprattutto con la madre: la cercava e l’allontanava, non l’ascoltava, la provocava con comportamenti
irritanti, come se volesse metterla alla prova. Capii subito che non sarebbe stato facile comunicare con lui ma al tempo stesso mi sentivo piena di energia ed entusiasmo: intuivo che da quell’esperienza sarebbe sortito qualcosa di buono. Preziosi e fondamentali furono i consigli dell’educatrice di Lele, una persona
splendida che mi fece sentire sin da subito parte integrante dell’équipe dandomi fiducia e libertà d’azione.

Dopo aver osservato le dinamiche del gruppo nelle varie situazioni, delineai un piano d’intervento mirato a consolidare gli atteggiamenti positivi di Lele.

Pian piano, senza forzarlo, mi avvicinai a lui, prima con il contatto visivo poi sorridendogli quando si comportava bene, esprimendo invece disappunto quando ne combinava una delle sue.
Poi iniziai a seguirlo attivamente aiutandolo nel disegno, gratificandolo con elogi, spronandolo a seguire le attività e cercando di contenere la sua eccessiva esuberanza.

A volte dovetti essere severa e ferma nei rimproveri: lo guardavo dritto negli occhi mantenendo un atteggiamento sempre coerente. Il fatto di essere chiara, presente e disponibile all’ascolto e all’aiuto fece sì che Lele, dopo i primi giorni di diffidenza, cominciasse ad apprezzarmi, a dimostrare un certo interesse per le attività che gli proponevo. Fondamentale fu l’osservazione del bambino durante le sedute di psicomotricità: mi fecero capire quanto fosse importante per lui esprimersi nel movimento: senza attività motorie non riusciva a entrare nel gioco simbolico.

Cominciai a guardarlo senza giudicarlo, ad essere più ricettiva ai segnali che mi mandava. D’accordo con l’educatrice iniziai a proporgli attività che sollecitassero diverse forme di gioco infantile, che gli consentissero di fare esperienze di gioco individuale, o in piccoli gruppi, senza fretta, in un contesto in cui non si sentisse giudicato.

Con Lele ho imparato molto, soprattutto a tollerare la frustrazione derivante dalla mancanza di risultati immediati: ho dovuto imparare ad aspettare, a rispettare i suoi tempi, a
lasciare spazio all’ascolto e all’attesa

Archiviato in: OSA per l'infanzia | 4 settembre 2009